Questione di Stile


ULTIMI RIBELLI
23 marzo 2010, 17:00
Filed under: Ultimi Ribelli

Una sezione dedicata a tutte quelle persone che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del calcio e non, e sopratutto nella mente della gente come noi. Potremo ricevere critiche su alcuni di questi personaggi ma questo è quello che pensiamo e non ci vergognamo affatto di dimostrarlo, per noi rappresentano un simbolo, quel simbolo di ribellione che ci appartiene ma che nel mondo moderno sta’ piano piano svanendo, quelli uomini che nel corso degli anni sono diventati un punto fermo in cui molte persone identificano la lotta per il proprio ideale. Ultimi ribelli ai quali la storia ha dato ragione.

 

 Paul Gascoigne

Paul John Gascoigne (Gateshead, 27 maggio 1967) è un ex calciatore inglese nel ruolo di centrocampista.

Entrato a far parte delle giovanili del Newcastle United nel 1983, esordìsce in prima squadra nel 1985. Con il Newxastle ha giocato 107 partite mettendosi in rilievo come giocatore talentuoso. Nel 1988 passa al Tottenham Hotspur, esordendo nella nazionale di calcio inglese contro la Danimarca. Proprio con la maglia della nazionale si mette in luce a livello mondiale grazie alla sua partecipazione al mondiale in Italia del 1990, tanto che l’anno seguente è acquistato dalla Lazio al costo di 26 miliardi di lire, pur essendosi gravemente infortunato nella finale di Coppa d’Inghilterra.

Arrivato in Italia con grandi clamori, anche se con qualche dubbio riguardo la sua integrità fisica, viene subito messo sotto accusa dalla stampa per il suo carattere ribelle e per il comportamento al di fuori del campo. In tre stagioni alla Lazio realizza solo 6 gol in campionato, il primo dei quali contro la Roma all’89’ minuto di un derby molto combattuto.

Nel 1995 torna nel Regno Unito , giocando per tre stagioni nel Rangers Glasgow, squadra con la quale ritrova la continuità di gioco e i risultati. Raggiunge l’apice della carriera in questo periodo, partecipando agli Europei del 1996. Nel 1998 viene estromesso dal giro della Nazionale, non essendo stato convocato per i Mondiali del 1998, chiudendo così la sua carriera internazionale con 57 gare e 10 reti. Passa proprio nel 1998 al Middlesbrough per due stagioni durante le quali continuano i suoi problemi di alcolismo, che ammetterà durante i due anni successivi all’Everton. Nel 2002 gioca un periodo al Burnley, quindi prova l’avventura americana (2002) e cinese (2003), entrambe senza alcun successo. L’ultima sfida della sua carriera è del 2004 quando tenta l’avventura di allenatore-giocatore al Boston United ottenendo risultati deludenti. Non meno deludenti i risultati che otterrà in seguito come allenatore.

Il 28 maggio 2007 Gascoigne viene operato d’urgenza allo stomaco per un’ulcera perforante.

Il 22 febbraio 2008, sfruttando la Mental Health Act (la legge sulla salute mentale che permette alla polizia inglese di fermare e portare in un posto «di pubblica sicurezza» le persone che presentano sintomi di disturbi psichici e possono rappresentare un pericolo per l’incolumità pubblica), gli agenti ricoverano coattivamente Gascoigne in un ospedale a causa di due incidenti avvenuti in altrettanti alberghi del Nord dell’Isola: prima all’Hotel Malmaison di Newcastle e poi all’Hilton Hotel di Gateshead. Gascoigne resterà per 72 ore in ospedale, dove sarà tenuto sotto controllo medico. La sua situazione mentale peggiora sempre di più: il 5 maggio 2008, affetto da manie depressive, tenta il suicidio in un lussuoso hotel di Londra [2]. Il 4 giugno 2008, viene internato in una clinica di Londra per tre mesi di cure obbligatorie e per disintossicazione dal consumo di red bull: raccontò di riuscirne a bere anche piu di 60 al giorno.[3].

Bibliografia

Paul Gascoigne; Hunter Davies. Gazza: My Story. Londra, Headline Publishing, 2004. ISBN 0-7472-7118-6

Paul Gascoigne; ohn McKeown; Hunter Davies. Being Gazza: Tackling My Demons. Londra, Headline Publishing, 2006. ISBN 0-7553-1543-7

 

Luciano Liboni

Luciano Liboni, detto il Lupo (Montefalco, 6 maggio 1957 – Roma, 31 luglio 2004), è stato un criminale italiano, autore prima di un tentato omicidio poi dell’assassinio di un carabiniere. È stato per anni latitante e ricercato dalle forze di polizia.Da giovane vive a Montefalco, il paese natio, con la madre. Pratica la professione di falegname. Nel 1990 viene sospettato di aver rubato alcune opere d’arte fra Lazio, Umbria e Toscana.

Il 18 febbraio 2002 un benzinaio di Todi, Fausto Gentili, che viaggiava alla guida della sua auto, con a bordo la compagna e la figlia, notò il Lupo a bordo di una Polo bianca, rubata qualche giorno prima a una sua amica. Chiamò la Polizia e si mise a seguire la Polo per cercare di non perdere di vista il malvivente. Quando le due auto si trovarono una a fianco all’altra, Liboni sparò un colpo di pistola sfiorando la donna e colpendo alla testa Gentili. Poi riuscì a fuggire. Dopo quell’evento Liboni si diede alla latitanza.

Nel Marzo del 2002 Liboni, ricercato per tentato omicidio, a Civitavecchia non si ferma ad un alt intimatogli dalla guardia di finanza e comincia a sparare contro i finanzieri. Prende in ostaggio un automobilista e lo costringe a portarlo fino a Roma, ove fa perdere di nuovo le sue tracce.

Nel Luglio 2002, alle porte di Roma, esplode alcuni colpi contro due agenti di polizia che gli chiedono i documenti. Le ferite riportate da uno dei due saranno lievi. Nel frattempo compie rapine in abitazioni private e banche per mantenersi.

Nel Dicembre 2003 viene bloccato a Praga dopo aver esibito alle forze dell’ordine un documento falso. Rimane in carcere quattro mesi ma quando l’Interpol avverte le autorità italiane dell’arresto, Liboni è già tornato in libertà.

Ricompare nel Luglio 2004. A Sarsina (FC) si ferisce alla mano e al setto nasale, non si conoscono con precisione le dinamiche di questo fatto. Potrebbe avere avuto un incidente con la sua motocicletta, come sostiene, oppure essersi ferito durante un tentativo di rapina. Si fa ricoverare presso l’ospedale di San Piero in Bagno, ove, dopo una notte di degenza, si fa dare un passaggio dal tassista Benito Mordenti, il quale lo accompagna a recuperare la sua moto, lasciata al civico 101 di Sorbano (frazione di Sarsina). Da lì si reca a Pereto (Sant’Agata Feltria). La gestrice di un bar dove il lupo stava facendo una telefonata, insospettitasi, chiama i carabinieri. Entrò casualmente nel bar l’appuntato dei carabinieri Alessandro Giorgioni di 36 anni. Il militare chiede i documenti a Liboni e costui lo fredda sparandogli al collo ed al cuore. Riprende la super strada E45 verso Orte, fermandosi alla stazione di servizio dell’uscita Canili di Verghereto.

Passa gli ultimi tempi della latitanza a Roma, tra clochards e vagabondi. Il 31 luglio 2004 viene riconosciuto da alcuni vigili urbani, che lo segnalano alle forze dell’ordine. Avendo inteso di essere in trappola prende in ostaggio una turista francese e spara alcuni colpi contro i carabinieri intervenuti. Questi rispondono al fuoco e lo feriscono gravemente nell’area del Circo Massimo(angolo tra Via del Circo Massimo e Piazza di Porta Capena). Il Lupo viene trasportato in Ambulanza all’ospedale San Giovanni di Roma. Mentre è in lettiga scalcia ancora. Giungerà al nosocomio ormai senza vita. Dopo essere stato neutralizzato dai carabinieri tramite i colpi esplosi contro di lui, ormai innocuo è stato ammanettato

Curiosità

  • È stato in gioventù simpatizzante della destra più radicale ed alcuni riferiscono che, al momento della morte, aveva al collo un drappo nero recante il motto fascista “Me ne frego”.

Il film Il Lupo

Nel 2007 viene girato un film sulla sua vicenda, Il Lupo, per la regia di Stefano Calvagna, focalizzato soprattutto sulla latitanza romana. Il film viene subissato di critiche poiché considerato apologetico nei confronti del criminale. Protagonista del film l’attore Massimo Bonetti.

 

Bobby Sands

Bobby Sands , vero nome Robert Gerard Sands (Belfast, 9 marzo 1954 – Long Kesh, 5 maggio 1981) è stato un attivista nordirlandese. Morì durante lo sciopero della fame del 1981, nella prigione di Long Kesh, conosciuta col nome di Maze, nei pressi di Lisburn.

Nato ad Abbots Cross, sobborgo settentrionale di Belfast e cresciuto nel quartiere a maggioranza protestante di Rathcoole, si trasferì diverse volte con la sua famiglia a causa delle costanti intimidazioni subite dai Lealisti protestanti, nonostante non sia stato mai chiaro se i Sands fossero cattolici, dato che il loro cognome deriva dal nonno paterno di Bobby, che era protestante. Lasciata la scuola, Bobby Sands divenne un apprendista capo cantiere, finché non fu costretto a lasciare, per le minacce dei lealisti.

Nel 1972, all’apice dei tumulti aderì al PIRA (Provisional Irish Republican Army), e divenne membro del Primo Battaglione della Brigata Belfast ma nello stesso anno venne arrestato e rimase in carcere senza processo fino al 1976. Al suo rilascio fece ritorno in famiglia, a Twinbrook nella parte ovest di Belfast, dove divenne un attivista della comunità. Era fuori di prigione da solo un anno quando venne nuovamente arrestato. Anche se le accuse più gravi a suo carico vennero lasciate cadere, venne processato per possesso di armi da fuoco (lui e altri quattro erano in una autovettura nella quale venne rinvenuta una pistola) nel settembre 1977 e condannato a 14 anni di carcere.

Sands scontò la pena nel carcere di Long Kesh, ribattezzato dagli inglesi Maze, dopo che era stata costruita la parte nuova del carcere, costituita da 8 edifici a forma di H, che divennero tristemente noti come H-Blocks, “Blocchi H”. In prigione Sands divenne uno scrittore di giornalismo e poesia, i cui articoli, scritti su pezzi di carta igienica e fatti uscire dal carcere con numerosi stratagemmi, vennero pubblicati dal giornale repubblicano An Phoblacht-Republican News. All’inizio dello sciopero della fame del 1980 Sands, già PRO (Public Relations Officer) dei detenuti, venne scelto come OC (Officer Commanding), ufficiale comandante dei prigionieri dell’IRA a Long Kesh. Divenne anche un cattolico sempre più zelante, che un giorno (secondo lo scrittore e politico irlandese, Conor Cruise O’Brien) ricevette la visita di un sacerdote della contea di Kerry che gli portò un’icona di “Nostra Signora”, la quale, gli disse, avrebbe dato a Sands la forza di liberare il suo “popolo oppresso” (in Irlanda del Nord).

I prigionieri dell’IRA avevano organizzato una serie di proteste per cercare di riottenere lo status di prigionieri politici che gli inglesi avevano abolito per tutti i crimini commessi dopo il 1 marzo 1976, e non essere soggetti alle normali regole carcerarie. Queste iniziarono con la blanket protest (“protesta delle coperte”) nel 1976, quando i prigionieri si rifiutarono di indossare le uniformi e indossavano solamente una coperta. Nel 1978 i detenuti iniziarono la dirty protest (“protesta dello sporco” ),escalation della protesta, che vide i prigionieri vivere nello squallore. Essi spalmavano gli escrementi sui muri delle celle e buttavano l’ urina sotto le porte, poiché venivano picchiati duramente dai secondini quando lasciavano le celle per andare al bagno. Dopo più di 4 anni di vita in condizioni disumane, i detenuti decisero di risolvere la questione una volta per tutte e il 27 ottobre 1980 iniziarono il primo sciopero della fame. Guidati da Brendan Hughes, OC dei detenuti dell’IRA, sette detenuti (6 dell’IRA e 1 dell’INLA) digiunarono per 53 giorni fino al 18 dicembre, quando, con uno di loro (Sean McKenna) in fin di vita, decisero di terminare il digiuno sulla base di indefinite promesse del governo britannico che, una volta finito lo sciopero, non mise in pratica i cambiamenti annunciati nel regime carcerario.

Il secondo sciopero della fame iniziò quando Sands, diventato OC al posto di Hughes all’inizio del primo sciopero, rifiutò il cibo il 1 marzo 1981. Sands decise che gli altri prigionieri avrebbero dovuto unirsi allo sciopero ad intervalli regolari, allo scopo di aumentare l’impatto “pubblicitario”, con i prigionieri che peggioravano costantemente e morivano su un arco di molti mesi.

Poco dopo l’inizio dello sciopero, Frank Maguire, membro del parlamento britannico per Fermanagh-South Tyrone (un repubblicano irlandese indipendente) morì e si svolse un’elezione suplettiva. Sands venne nominato come candidato anti-H-Block, e vinse il seggio il 9 aprile 1981 con 30.492 voti, contro i 29.046 del candidato dell’Ulster Unionist Party (UUP) Harry West. Il Governo britannico cambiò la legge poco dopo, introducendo il Representation of the People Act. Questo proibiva ai prigionieri di partecipare alle elezioni, e richiedeva un periodo di cinque anni dal termine della pena, prima che un ex detenuto potesse candidarsi.

Tre settimane dopo, Sands morì di inedia nell’ospedale della prigione, dopo 66 giorni di sciopero della fame. L’annuncio della sua morte diede il via a diversi giorni di rivolta nelle zone nazionaliste dell’Irlanda del Nord. Oltre 100.000[1] persone si schierarono lungo il percorso del suo funerale, dalla casa di Sands a Twinbrook, West Belfast, fino al cimitero cattolico di Milltown, dove sono sepolti tutti i volunteers dell’IRA di Belfast. Sands fu membro del Parlamento di Westminster per venticinque giorni — uno dei mandati più brevi della storia. Lasciò i genitori, i fratelli (una sorella, Bernadette, era all’epoca latitante nell’Eire e avrebbe poi sposato Michael McKevitt, Quartiermastro Generale della Provisional IRA che, nel 1996, in disaccordo con la strategia del processo di pace elaborata da Gerry Adams e Martin McGuinness, aveva lasciato l’organizzazione per dare vita, con altri dissidenti, alla Real IRA, responsabile nel 1998 della strage di Omagh) e un figlio piccolo, Gerard, nato dal suo matrimonio che era finito durante il suo secondo periodo in carcere.

Altri nove uomini (6 dell’IRA e 3 dell’INLA) morirono dopo Bobby Sands tra maggio e agosto del 1981. Gran parte dei repubblicani irlandesi e dei simpatizzanti dell’IRA guardarono a Sands e agli altri nove come a dei martiri che resistettero all’intransigenza del governo britannico, e molti nazionalisti irlandesi che disapprovavano l’IRA, furono scandalizzati dalla posizione del governo britannico.

La copertura mediatica che circondò la morte di Bobby produsse un nuovo flusso di attività dell’IRA, che ottenne molti nuovi membri e incrementò la sua capacità di raccogliere finanziamenti. Molte persone si sentirono spinte ad aiutare a spezzare la connessione britannica aiutando l’IRA, non vedendo altre opzioni dato l’atteggiamento intransigente dei politici britannici nei confronti dell’Irlanda. I numerosi successi elettorali conseguiti durante lo sciopero spinsero il movimento repubblicano a muoversi verso la politica, e indirettamente spianarono la strada all’Accordo del Venerdì Santo e al successo elettorale del Sinn Féin molti anni dopo. Bobby Sands scrisse uno splendido libro in cui narra l’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta intitolato “Un giorno della mia vita”. Estremamente significativa è la frase che pronuncio’ Bobby Sands riferendosi agli anni della sua adolescenza: “Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista”.

La produzione letteraria

La straordinaria produzione letteraria di Bobby Sands può considerarsi racchiusa in tre grandi opere e in un periodo di tempo che va dalla sua prima detenzione nella Cage 11 (le cages erano baracche prefabbricate che si trovavano nella parte vecchia del carcere di Long Kesh) alla sua prematura morte nei Blocchi H del carcere di Maze.

Opere

– Un giorno della mia vita

– Skylark Sing Your Lonely Song

– Il Diario

 

George Best

« Ho speso un sacco di soldi per alcol, donne e macchine veloci… Tutti gli altri li ho sperperati. »

George Best (Belfast, 22 maggio 1946 – Londra, 25 novembre 2005) è stato un calciatore britannico, nazionale nordirlandese, tra i più noti e talentuosi giocatori degli anni sessanta e premiato con il Pallone d’oro nel 1968. Occupa l’ 8° posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer.

Nato in Irlanda del Nord nel 1946, ama il calcio fin da bambino, ma il suo esile corpo lo penalizza agli occhi di molti, che non vedono in lui il talento naturale che poi si rivelerà. In una partita del Creghag Boy’s Club, squadra giovanile in cui giocava Best, quindicenne, contro il Boysland, con giocatori diciottenni, George segna ben due gol e viene notato dagli osservatori del Manchester United.

Arrivato a Manchester, Best entra in prima squadra che con il manager Matt Busby, grazie anche al talento di altri campioni, come Bobby Charlton e Denis Law, trionferà in Europa. Debutta in campionato all’età di diciassette anni contro il West Bromwich. il 28 dicembre 1963 segna il suo primo gol con i diavoli rossi; era una partita di FA Cup.

Nel 1966 partecipa alla storica vittoria nei quarti di finale di Coppa dei Campioni, contro il Benfica di Eusébio: dei cinque gol dei Red Devils, due sono suoi. Nel 1968, di nuovo contro il Benfica, questa volta in finale, segna e sorprende tutti, contribuendo allo strepitoso 4-1 finale. Il 1968 è il suo migliore anno da calciatore.

Best amava stupire: una volta, in aeroporto, al ritorno da una partita, si presentò indossando un sombrero, mentre le fan lo acclamavano in visibilio: da questo episodio nascerà la fama di Best come icona pop e verrà soprannominato il quinto Beatle (probabilmente perché anche il primo batterista dei Beatles faceva Best di cognome).

Questo sarà il culmine della sua carriera: dopo aver vinto anche il Pallone d’Oro, ha inizio la sua parabola discendente, dovuta principalmente alla sua dipendenza dall’alcol e alla sua passione per la cosiddetta bella vita, con un occhio particolare al gentil sesso, ma anche alla sua scarsa disciplina (mancava regolarmente agli allenamenti) ed ai contrasti con il nuovo manager dei diavoli rossi, Tommy Docherty.

A soli ventotto anni lascia lo United ed il calcio vero e proprio, approdando nel “soccer” nordamericano. Di lui si ricorda anche una storica impresa, quella di aver segnato, in un solo match di Coppa d’Inghilterra, contro il Northampton Town, sei gol. Negli Stati Uniti Best segna un gran goal con gli San Josè Earthquakes, dribblando tutti in area e segnando con un preciso sinistro. È il miglior goal della sua carriera.

Terminata la carriera calcistica, Best accetta l’incarico di telecronista per i mondiali 1982 seguendo il breve cammino dell’Irlanda del Nord. In questi anni, Best è stato trovato alla guida in stato di ubriachezza e con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, stando quattro mesi in prigione. Inizia la sua dura lotta contro l’alcol. Nel 2000 viene ricoverato poiché l’alcol ha diminuito le sue funzioni fisiche e ha aumentato l’itterizia nel sangue e nei polmoni. Nel 2002, all’età di 56 anni, ha subito un trapianto poiché l’alcol aveva ridotto le funzioni del suo fegato al 20%. Non smise di bere, anzi sempre più spesso lo si poteva incontrare nel suo pub di Petersfield e nel pub di Chelsea, a Londra dopo che sua moglie Alex Pursey lo lasciò per presunti tradimenti.

Il 3 ottobre 2005 venne ricoverato in terapia intensiva in una clinica privata londinese, per gravi problemi respiratori. Dopo i primi, deboli segni di miglioramento, alla fine del mese le sue condizioni cominciarono ad aggravarsi. Il 20 novembre, il tabloid inglese News of the World pubblicò, su sua esplicita richiesta, una foto che ritraeva Best nel suo letto di ospedale, con quella che sarebbero state le sue ultime parole pubbliche: “Don’t die like me” il grande numero 7 invitava tutti i giovani a non permettere che l’alcol portasse via le loro abilità, i loro soldi, e infine la loro vita, com’era capitato a lui.

E al Cromwell Hospital di Londra il 25 novembre 2005, alle due e mezza del pomeriggio, dopo settimane di agonia e di dolore e anni di alcolismo e talento ad esso immolato, un’infezione epatica chiude definitivamente gli occhi a George Best.

Le maglie più importanti indossate da George Best sono state quella del Manchester United, del Fulham, dell’Hibernian e degli americani Los Angeles Aztecs. Inoltre nel suo palmarès troviamo un Pallone d’oro vinto nel 1968, due Premier League nel 1964/1965 e nel 1966/1967, una Coppa dei Campioni nel 1967/1968 e una Coppa d’Inghilterra giovanile (FA youth cup) nel 1963.

 

  • A questo controverso personaggio è stato dedicato anche un film biografico, Best.
  • Il cantautore Stefano Bellotti gli ha dedicato la canzone Best nel suo album da solista La lunga notte.
  • In un film diretto nel 1993, intitolato “Nel nome del padre”, la colonna sonora di questo film fu scritta da Bono, della band U2 e in un tratto della canzone Bono nomina il talento nordirlandese.

 

Željko Ražnatović(ARKAN)

Željko Ražnatović – (cirillico: Жељко Ражнатовић)- meglio conosciuto come Arkan (Аркан) (Brežice, 17 aprile 1952 – Belgrado, 15 gennaio 2000) è stato un militare serbo, leader paramilitare, accusato di numerosi crimini di guerra commessi durante la Guerra in Yugoslavia negli anni Novanta.

Primi anni

Figlio di un ufficiale della JNA, l’Armata Popolare Jugoslava, l’ultranazionalista serbo Arkan (“felino”) nasce a Brezica, in Slovenia. Dalla più tenera età mostra un’eccezionale vivacità: ha soltanto nove anni quando scappa di casa per la prima volta e ne ha meno di diciotto quando viene arrestato per la rapina in un bar di Zagabria e conosce il primo di una lunga serie di penitenziari.

Negli anni Settanta si aggira per l’Europa, svolgendo attività spionistica per conto dell’UDBA, la polizia segreta jugoslava, anche compiendo missioni contro emigrati poco graditi al partito. In cambio i servizi gli offrono protezione, armi e documenti falsi, tutti mezzi che Arkan sfrutta per la sua carriera di insaziabile rapinatore che si apre l’1 febbraio 1974 con una rapina in un ristorante milanese, e poi una lunga serie di rapine a mano armata in Svezia, Belgio e Paesi Bassi. Sconta una pena di 4 anni in Belgio, ma riesce a fuggire dal carcere di Bejlmer (Amsterdam) durante un’altra pena carceraria di 7 anni.

Durante una rapina a una banca di Stoccolma viene arrestato il suo complice Carlo Fabiani, che oggi si fa chiamare Di Stefano ed era uno dei più stretti collaboratori di Arkan. Parlava molte lingue, tra le quali un ottimo italiano, praticato anche nel carcere milanese di San Vittore, dove era stato rinchiuso perché accusato di una serie di rapine negli anni Settanta, e nel quale era stato anche uno dei protagonisti di una rivolta.

Negli anni Ottanta, dopo numerose evasioni, condanne per venticinque anni e un bottino non indifferente, fa ritorno a Belgrado dove diventa capo della sicurezza della discoteca “Amadeus” e capo degli ultras della Stella Rossa Belgrado. Nel frattempo uccide il direttore dell’Azienda Elettrica INA. A fine novembre 1990 è arrestato a Dvor/Una dalla polizia croata per traffico d’armi. Viene rilasciato nel marzo del 1991.

I conflitti in Jugoslavia

Proprio sugli spalti del Marakana si forma l’Arkan nazionalista: unisce le diverse fazioni in cui sono divisi gli ultrà in nome di Slobodan Milosevic e in dono dalla dirigenza della squadra riceve una pasticceria, che diviene il “covo” dei suoi uomini. Quando inizia la guerra con la Croazia, i vertici jugoslavi pensano a lui per organizzare le milizie di volontari. Volontari che Raznatovic non fatica a reclutare, attingendo tra i tifosi del Marakana e nelle carceri belgradesi, imbottite di criminali comuni in cerca di avventura.

A partire da quall’anno Arkan gestisce il Centro per la Formazione Militare del Ministero per gli Affari Interni serbo. Arkan recluta tra i seguaci del F.C. Stella Rossa Belgrado un’unità di volontari forte di circa 3000 uomini, che si danno il nome di “Tigri” e che a partire dall’autunno 1991 ha operato come unità paramilitare lungo la frontiera serbo-croata.

La lista dei crimini commessi dall’unità “Tigre” è, anche riassumendola, spaventosamente lunga: l’unità “Tigre” era solita attaccare con l’artiglieria un paese, di norma musulmano o croato, quindi vi entrava installandovi il terrore, uccidendo arbitrariamente civili, commettendo stupri, saccheggiando e distruggendo proprietà private e monumenti, installando campi di concentramento. Secondo un documento interno dell’esercito Popolare Jugoslavo, il motivo principale per la lotta di Arkan non era tanto la lotta al nemico, quanto l’appropriazione di proprietà private e la tortura dei cittadini.

Le tigri di Arkan

Il 4 aprile 1992 l’unità “Tigre” uccise 17 persone a Bijeljina, lanciando dapprima una bomba nel Caffè Istanbul e poi un’altra nel negozio del macellaio del paese. Nei giorni seguenti le “Tigri” furono responsabili di 400 omicidi. Immediatamente dopo il bagno di sangue, l’attuale presidentessa della zona controllata dalla Serbia Biljana Plavsic si recò a Bijeljina per baciare Arkan davanti alle telecamere. L’unità paramilitare di Arkan operava allora nel quadro della 6a Brigata del Corpo d’Armata (JNA).

Il 2 maggio 1992 a Brcko le truppe di Arkan uccidono 600 persone negli insediamenti bosniaco-musulmani di Kolobara, Mujkici e Merajele. Gli uomini di Arkan mettono in piedi il campo di concentramento “Luka-Brcko” per Bosniaci musulmani e Croati. Il direttore del campo di concentramento è un uomo di Arkan. Davanti alla moschea di Glogova vengono uccisi 40 uomini.

Il 24 maggio 1992 le “Tigri” di Arkan massacrarono a Prijedor e nei vicini paesi Hambarine, Kozarac, Tokovi, Rakovcani, Cele e Rizvanovici più di 20.000 persone. Il 20 giugno 1992 eseguirono una pulizia etnica a Sanski Most, massacrando nel vicino paese di Krasulja 700 persone (la fossa comune fu aperta nel 1997) e altre 180 persone, in primo luogo donne e bambini (anche questa fossa comune è stata scoperta nel 1997).

Tra il febbraio ed il marzo del 1993 Arkan e le sue truppe parteciparono al massacro di Cerska, in cui morirono 700 persone. A Visegrad le truppe di Arkan parteciparono ai crimini contro i musulmani. Nella città che forní al premio Nobel Ivo Andric lo sfondo per il suo romanzo Il ponte sulla Drina, centinaia di musulmani furono uccisi, buttati dal ponte Drina o, come accadde ad una settantina di uomini, bruciati vivi.

L’11 giugno 1995 e nei giorni seguenti Arkan e le sue truppe aiutarono Ratko Mladic ad eseguire le esecuzioni di massa a Srebrenica. Nel 1996 Arkan partecipò con il partito dell’Unità Serba, da lui fondato, alle elezioni in Bosnia, ottenendo un finanziamento di 225.000 dollari dall’OSCE.

Fortuna e potere

La fortuna di Arkan viene principalmente dalla guerra: gli innumerevoli saccheggi, il contrabbando di armi, benzina, armi e sigarette, il traffico della macchine rubate. In particolar modo, Arkan si è arricchito grazie al saccheggio sistematico delle case di amici e parenti di lavoratori emigrati ed ex-emigrati, dove trovava i risparmi inviati alla famiglia, la quale, non fidandosi del sistema bancario dell’ex Jugoslavia comunista e per paura dell’inflazione galoppante, nascondeva la valuta in casa.

Arkan aveva uno stile di vita lussuoso che amava ostentare nella sua vita belgradese; si occupò anche di calcio e nel 1998 la squadra di cui era presidente, il FK Obilic di Belgrado, partecipò alla Champions League. Dopo vari attacchi subiti da Arkan sulla stampa italiana, passa la presidenza della squadra a sua moglie, la cantante folk Ceca (di 21 anni più giovane di lui), mantenendone però la proprietà. Secondo il giornalista Alberto Nerazzini (Diario, edizione del 20-26.05.1998) il manager delle partite del FK Obilic è Carlo Fabiani, ora Di Stefano, ex complice di Arkan nelle rapine in Svezia. Di Stefano gestisce anche l’ufficio italiano di Zeljko Raznjatovic.

I famosi calciatori Dejan Savicevic e Sinisa Mihajlovic di certo ricorderanno quella giornata del dicembre 1991 quando, reduci dalla vittoria nella Coppa Intercontinentale a Tokyo, ad accogliere i giocatori della Stella Rossa, la loro squadra di allora, all’aeroporto di Belgrado trovano l'”amico” Raznatovic. E da qualche parte, forse, conserveranno ancora il curioso dono, una zolla di terra della Slavonia a testa, ricevuto dalle mani di Arkan con la promessa di “liberarla” tutta.

La morte

Le “Tigri” rimasero in attività fino all’ultimo giorno di guerra in Bosnia, distinguendosi per le efferatezze gratuite e coordinando le ondate di pulizia etnica a Banja Luka, Sanski Most e Prijedor.

Arkan venne assassinato alle 17:05 del 15 gennaio del 2000: la “Tigre” si trovava al Continental Hotel di Belgrado, dove era seduto e chiacchierava con due suoi amici; Dobrosav Gavriæ, un poliziotto 23enne in congedo, si avvicinò a lui con fare calmo e da dietro lo colpì facendo esplodere numerosi proiettili dalla sua CZ-99.

Caduto in coma, fu trasportato in ospedale dall’amico Zvonko Mateović ma perì durante il tragitto. La furia del suo killer fu talmente energica che anche due collaboratori di Arkan, Milenko Mandić e Dragan Garić, rimasero uccisi. Si salvò invece Zvonko Mateović, guardia del corpo di Arkan, che anzì colpì Gavrić ferendolo irrimediabilmente alla spina dorsale.

Quando si diffusa la notizia della sua morte, alcuni dei suoi uomini diedero vita a numerose spedizioni punitive contro presunti complici del suo assassinio. Durante il suo funerale, a cui assistettero circa 20.000 persone, i membri della sua milizia gli tributarono onori militari. La cerimonia fu eseguita secondo il rituale della sua Chiesa ortodossa serba.

 

Salvatore Mancuso

Salvatore Mancuso  non è un comico italiano. E’ uno dei capi del GRUPPO PARAMILITARE ‘Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) , è incarcerato in una prigione di massima sicurezza e viene accusato di più di 300 assassinati di sindaci, sindacalisti, contadini ed indigeni nel dipartimento di Cordoba, al nord del paese.

Conosciuto anche con gli alias di “Mono Mancuso”, “Santander Lozada” e “Triple Cero”, parla tre lingue (spagnolo, italiano e inglese). Ha anche 21 ordini di cattura per omicidio e una richiesta d’estradizione dagli Stati Uniti per narcotraffico. La giustizia colombiana ha comprovato che negli ultimi anni il capo delle AUC ha diretto il trasporto di 20 tonnellate di cocaina verso l’Unione Americana.
Mancuso ha dichiarato davanti alla Procura Generale della Nazione ed ha acceso un ventilatore a misura industriale per spargere materia fecale contro i politici, le gerarchie religiose, imprenditori e banchieri.
Il 7 maggio, la giornalista Natalia Maria Springer –psicologa, politologa, esperta in conflitti e negoziati, consulente dell’ONU, collaboratrice del giornale El Tiempo e collaboratrice della pubblicazione mensile “politicamente incorretta” Un Pasquin – ha parlato con il paramilitare durante otto ore nel carcere. L’intervistato ha anticipato che la sua testimonianza comprometterà 70 congressisti che conoscevano le sue attività, a parte dei membri della Chiesa Cattolica, compagnie produttrici di banane che gli pagarono prebende e banche che gli aiutarono a pulire i soldi. Nato nel 1964, Mancuso è figlio d’un immigrante napoletano che arrivò in Colombia nel 1956, si sposò con la Regina Nazionale del Bestiame 1961, aprì un laboratorio meccanico e più tardi si trasformò in latifondista. Quando Salvatore era adolescente, suo padre scoprì una punizione peggiore che la cinghia con cui era solito colpirlo: lo chiudeva a leggere in una biblioteca.
Questi dati figurano nel libro “Salvatore Mancuso – Su vida” (editoriale Norma, Bogotá, 2004), della giornalista Glenda Martinez Osorio, della Rivista Cromo, che inoltre lavora nell’ufficio stampa della Segreteria di Governo.
“Santander Lozada” e “Triple Cero” ha avuto una formazione cattolica. Ha fatto le scuola medie nel collegio Giovanni XIII, dei fratelli de La Salle, ed ha fatto tre anni d’ingegneria nell’Università Pontificia Javeriana de Bogotá.
Dedicato in gioventù al tiro a segno, l’aeromodellismo e il motocross, l’ex paramilitare è stato un tempo nell’Università di Pittsburg (Pensilvania), cosa che è servita solo per migliorare il suo inglese e poi ha studiato amministrazione agro-pastorale.
Trasformato in allevatore di bestiame, disponeva d’una custodia permanente di quattro soldati. Nel 1995 creò il proprio gruppo armato per affrontare la guerriglia e due anni dopo si è unito all’AUC. Nei pochi momenti in cui non vestiva la divisa di combattimento, esibiva vestiti di Valentino, cravatte di Hermenegildo Zegna e scarpe Ferragamo, racconta Glenda Martinez Osorio.
Mancuso possiede il sito web: http://www.salvatoremancuso.com/ppal.php nella quale figura come direttore del giornale digitale El Progreso.com il cui slogan è “Giustizia, pace e riconciliazione” e nel quale scrivono diversi collaboratori.
Il narcotrafficante ha raccontato alla giornalista Natalia Springer che dal 1997, le imprese della banana multinazionali Chiquita Brands (ex United Fruit), Dole e Del Monte, insieme ad altre locali Banacol, Uniban e Proban, lo pagavano per eliminare dirigenti contadini e sindacalisti “disturbatori”.
Nominò anche la produttrice di bibite gassate Postobon, leader del settore delle bevande analcoliche colombiane, e alla fabbrica di birra Bavaria, che controlla il 99% del mercato di questo prodotto in Colombia e Perù, il 93% nell’Equador ed il 78% in Panama. Bavaria, padrona dei marchi Costeña, Aguila, Cristal, Pilsener e Atlas, è stata acquistata dalla firma britannica SAB Miller in più di sette mila milioni di dollari. Agli inizi d’aprile di questo anno, la Chiquita Brands è stata multata con 25 milioni di dollari da una corte statunitense, dopo ammettere che aveva pagato 1,7 milioni di dollari alle AUC a cambio di sicurezza nella regione d’Urabá, nella parte nord est della Colombia.
L’unico che sembra ignorare tutta questa storia è l’imperturbabile presidente Alvaro Uribe. Forse i suoi assessori non lo hanno informato nulla, però in questi giorni sicuramente s’attualizzerà.

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