Questione di Stile


FAVL
18 marzo 2010, 14:24
Filed under: La nostra città

Una sezione dedicata a Viterbo e alla sua storia.

 

 

Viterbo (VT) è una città di 60.806 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia. Conosciuta in tutto il mondo come la Città dei Papi, è situata al centro della provincia, a ridosso dei Monti Cimini e vicina al Lago di Vico ed anche a quello di Bolsena. In provincia di Viterbo si trovano centri molto importanti come Soriano nel Cimino, Civita Castellana e Tarquinia.

Netta la differenza urbanistica fra il centro storico di stampo prettamente medievale e la periferia caratterizzata da palazzi di concezione moderna.

Appena fuori del centro di Viterbo ci sono le rinomate Terme dei Papi e la sorgente termale del Bullicame, citata anche da Dante Alighieri nel canto XIV dell’Inferno, che alimenta la grande piscina natatoria della Terme dei Papi e varie “pozze”. Altre sorgenti, tutte appartenenti al bacino del Bullicame alimentano altre “pozze” disseminate nella campagna circostante. Nella immediate vicinanze della città c’è la necropoli etrusca di Castel d’Asso, e ad appena nove chilometri le rovine della “splendidissima” Ferento.

Stemma

«D’azzurro, alla palma naturale e fiorita di rosso; attraversata da un leone d’oro coronato, destropassante e guardante, sopra una campagna d’oro, appoggiato di branca anteriore destra su di un globo d’azzurro centrato e crociato d’oro, e cantonato delle lettere F. A. V. L. dello stesso, e tenente con la branca medesima uno stendardo di rosso, attraversato da una croce d’argento cantonata di quattro chiavi dello stesso, e sormontato in asta dall’aquila bicipite d’oro.»
Le lettere dello stemma corrispondono ai quattro castelli originari, dalla cui unione Viterbo sarebbe nata: Fano, Arbano, Vetulonia e Longula. [1]

Storia

Si hanno tracce di insediamenti neolitici ed eneolitici e qualche segno etrusco nella lontana storia di Viterbo, ma molti storici sono portati a credere che nel periodo etrusco l’insediamento non raggiungesse lo stato di vicus, a differenza degli storici quattrocenteschi che supponevano una tetrapoli etrusca, fuorviati dalla sigla FAVL che secondo le teorie di frate Annio, era formata dalle iniziali di quattro villaggi (Fanum, Arbanum, Vetulonia, Longula).

Probabilmente dopo la conquista romana fu costituito in stazione militare, chiamato Castrum Herculis per la presenza in loco di un tempio dedicato all’eroe mitologico (il leone simbolo di Viterbo deriva da questo aneddoto).

La città medievale tuttavia trae origine da un “castrum”, una fortificazione longobarda posta al confine tra i loro possessi nella Tuscia e il ducato bizantino di Roma: il colle di San Lorenzo, ricordato nella donazione di Sutri tra i possessi che Liutprando promette alla Chiesa nel 729, fu fortificato nel 773 da Desiderio, nell’ultimo periodo della sua contesa con Carlo Magno. Dell’852 un documento papale che riconosce il Castrum Viterbii proprietà delle terre di San Pietro, mentre Ottone I annovera il castello tra i possessi della Chiesa.

Nel sec. XI, l’incremento demografico contribuì alla nascita di nuclei abitativi fuori dal castrum, e, attorno al 1090, a un primo tratto di mura; nel 1099 la scelta dei primi consoli sancisce il passaggio a istituzioni comunali. È il XII secolo il periodo in cui Viterbo, libero comune, si assicura il possesso di numerosi castelli: in tal senso la protezione di Federico I (presente nella città nel 1162) , e il suo riconoscimento del comune viterbese, conferisce legittimità alla sua politica di espansione. Nel 1172 viene distrutta la città di Ferento il cui simbolo (una palma) viene aggiunto a quello di Viterbo (il leone) emblema tutt’ora vigente, attorno al 1190 viene assediata Corneto, l’imperatore attacca Roma con l’esercito viterbese. Il “districtus” del comune aumenta considerevolmente.

Ulteriore elemento che accresce il prestigio e l’importanza politica di Viterbo, è la sua elevazione a cattedra vescovile nel 1194 ai danni di Tuscania, la cui precedente predominanza nella Tuscia romana viene meno.

All’inizio del XIII secolo la città viene inserita nell’orbita papale, soprattutto con il disegno di Innocenzo III, che tentò di costituire uno stato territoriale: Viterbo nel 1207 ospitò il Parlamento degli stati della Chiesa. Tuttavia, insofferente per la presenza papale, la città invocò la protezione di Federico II: si apre così fino al 1250 circa un periodo di lotte interne tra guelfi (la famiglia dei Gatti) e ghibellini (i Tignosi). Si inserisce in questo contesto di aspre lotte civili e religiose la vita della più illustre figlia di Viterbo: Santa Rosa (da Viterbo), che visse tra il 1233 e il 1251. Si ricordano non solo suoi miracoli in vita e post mortem, ma anche, benché fosse giovanissima morendo ad appena 18 anni, la sua coraggiosa predicazione contro gli eretici e i ghibellini, che animò i Viterbesi a resistere contro l’assalto dell’esercito di Federico II.

Il fallito assedio di Federico II nel 1243, e il successo dei Guelfi sancisce per la seconda metà del XIII secolo la definitiva politica filo-papale: la famiglia dei Gatti monopolizza le cariche municipali e i pontefici scelgono Viterbo come sede papale. L’episodio discriminante, che attira l’attenzione su Viterbo, è l’elezione pontificale di Gregorio X: i cardinali che dovevano eleggere il successore di Clemente IV si riunivano inutilmente da quasi tre anni, quando il popolo viterbese sdegnato di tanto indugio, sotto la guida del Capitano del popolo Raniero Gatti, giunse alla drastica decisione di chiudere a chiave i cardinali nella sala dell’elezione (clausi cum clave), nutrirli a pane e acqua, e scoperchiare il tetto lasciandoli alle intemperie, finché non avessero eletto il nuovo Papa; così abbastanza rapidamente i cardinali scelsero il piacentino Tedaldo Visconti, che era arcidiacono di Liegi (quindi neanche prete). Il nuovo papa prenderà il nome di Gregorio X ( 1271 ). Il nuovo papa, vista la bontà della “clausura”, stabilì che anche le future elezioni papali avvenissero in una sede chiusa a chiave: era nato il Conclave  ! Dal 1261 al 1281 in Viterbo si tennero ben cinque conclavi. Nell’ultimo di questi il popolo sobillato da Carlo d’Angiò, irruppe nella sala del conclave e mise al carcere duro il cardinale Matteo Orsini. Il nuovo papa che uscì da questo conclave funestato dall’invasione del popolo viterbese fu un francese, proprio come voleva Carlo d’Angiò. Martino IV, appena eletto, anziché ringraziare i viterbesi che mettendo in difficoltà i cardinali della famiglia Orsini, avevano favorito la sua elezione, lancerà sulla città di Viterbo un pesante interdetto e l’abbandonerà in fretta e furia con tutta la corte pontificia. Si chiude con questo spiacevole episodio, il periodo aureo di Viterbo. I papi non verranno più ad abitare in questa splendido comune dell’alto Lazio. Infatti, con la curia papale a Viterbo, questa città aveva raggiunto il suo massimo splendore. Economico, come centro posto lungo vie di comunicazione importanti, e architettonico, con l’edificazione di edifici pubblici municipali, torri, chiese nel fiorire dello stile gotico che i cistercensi avevano inaugurato nel luogo con l’Abbazia di S. Martino al Cimino.

L’esilio avignonese dei papi contribuì alla decadenza della città e al riaprirsi delle lotte interne. L’effimera ricostituzione del Patrimonio di S. Pietro del cardinale Egidio Albornoz, non impedì ai nobili Gatti e ai prefetti di Vico di imporsi, con istituzioni ormai di tipo signorile, a Viterbo. L’età moderna per Viterbo è un periodo di scarsa vitalità, economica e culturale: dal XVI secolo la città segue le sorti dello Stato della Chiesa e vede tramontare del tutto la vocazione internazionale che aveva assunto nei secoli del basso medioevo.

Viterbo nel 1867 con la colonna garibaldina Acerbi fu testimone della sfortunata Campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma conclusa a Mentana il 3 novembre con la sconfitta di Garibaldi da parte dei pontifici e francesi.

Con l’unità d’Italia, aggregato quasi tutto il Lazio nella provincia di Roma, Viterbo perse la qualifica di capoluogo, che le fu restituita solo nel 1927.

 

Patrona di Viterbo Santa Rosa

Rosa da Viterbo (Viterbo1233 – Viterbo6 marzo 1252) fanciulla italiana venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Patrona della nostra citta’, dei fiorai e delle ragazze. Desiderosa di entrare in convento, non vi fu ammessa in vita, ma vi fu glorificata da morta come aveva profetizzato. Incitò i concittadini a resistere all’assedio attuato dall’imperatore scomunicato Federico II.

Numerosi sono gli avvenimenti straordinari che accompagnarono la vita si Rosa. Come quello che narra come la piccola venne colpita improvvisamente da una gravissima malattia e pareva ormai in punto di morte, quando una notte si alzò improvisamente dal letto chiedendo di mangiare. La vita pubblica inizio quando Rosa pregò la ministra delle Terziarie francescane: “La beata Vergine Maria mi comanda che tu mi metta subito la tunica della penitenza che tieni a capo del tuo letto”. Quando fu rivestita dell’abito di terziaria, Rosa fece radunare le donne della contrada: “Ascoltate – poiché io vedo una bellissima sposa di Cristo che nessuno di voi vede; questa sposa si avanza ornata di porpora e velo, con una corona d’oro piena di gemme e pietre preziose in testa. Essa mi comanda di andare, bene adornata, prima in San Giovanni, quindi in San Francesco e poi di tornare nella chiesa della Madonna”. La mattina del 24 Giugno, accompagnata dai genitori e dalla folla si recò presso le chiese che la Madonna le aveva indicato.Qualche giorno dopo le apparve Cristo sulla croce: questa visione sconvolse molto Rosa al punto che cominciò a strapparsi i capelli e a percuotersi. Recatasi in chiesa, davanti al Crocefisso esclamò piangendo: “Padre, chi ti ha crocifisso?”. Ricondotta a casa si flagellò per tre giorni. In Viterbo tutti la notarono allorchè cominciò ad andare per le vie della città con in mano un crocifisso, lodando Gesù e la Vergine Maria. Per liberarsi di quella fanciulla, il podestà ordinò che tutta la famiglia lasciasse Viterbo entro 24 ore e che si recassero a Soriano del Cimino. Ma il 13 dicembre 1250 morì Federico II, i guelfi ripresero il potere e prepararono il ritorno del Papa. Rosa ne aveva annunciato la morte parecchi giorni prima, dopo aver avuto un sogno premonitore.

Il culto a Viterbo

A Viterbo le è dedicata una grande festa il 4 settembre di ogni anno; la sera precedente, viene trasportata in processione, sulle spalle di cento facchini, la Macchina di Santa Rosa, un campanile illuminato, alto circa 30 metri e del peso di 52 quintali, sormontato dalla statua della santa.

A Viterbo e nei dintorni si trovano numerose raffigurazioni della santa, per lo più in abiti dell’ordine francescano, e con una corona di rose sul capo.

LA MACCHINA DI SANTA ROSA

La Macchina di Santa Rosa è una monumentale costruzione votiva, che viene trasportata per le vie del centro storico di Viterbo da circa 100 facchini la sera del 3 settembre di ogni anno, vigilia della ricorrenza della festa della Santa Patrona (in realtà si tratta di compatrona, essendo San Lorenzo il vero patrono di Viterbo). Essa è infatti l’evoluzione straordinaria di un normale baldacchino da processione; al culmine della Macchina è sempre posta una statua della Santa Patrona, e il trasporto è sempre fatto in suo onore e in suo trionfo, anche se da oltre due secoli gli è stato tolto l’originario carattere di processione religiosa, per lasciare solo il carattere di manifestazione civile.

La scarsità di notizie disponibili sulla storia della Macchina di S. Rosa fin verso la fine del XVII sec. ha favorito il diffondersi di storie e leggende più o meno errate sull’origine della manifestazione. Le prime informazioni attendibili che si hanno sulla Macchina risalgono alla fine del ‘600, le cronache narrano che il 3 settembre 1686 vennero cantati i Vespri alla presenza dei Canonici del Duomo e che il delegato della festa, tale Sebastiano Gregorio Fani, inforò la popolazione che la processione ed il trasporto della Macchina di Santa Rosa sarebbero avvenuti il 27 Ottobre. Sarebbe da attirbuire al conte Fani anche il progetto di quella Macchina. Nella raccolta conservata presso il Museo Civico di Viterbo si trova uno dei primi e pochi disegni conservati, ad opera del costruttore Giuseppe Franceschini risalente al 1690. Il difficile trasporto della macchina di Santa Rosa ha sfiorato a volte la tragedia, per esempio nel 1790 cadde durante la mossa. Nel 1801 a causa di una persona che affermò di aver subito un furto si scatenò il panico, i cavalli presenti si imbizarrirono e diverse persone vennero travolte, nella confusione generale. Dopo aver ripreso a fatica il trasporto la macchina si incendiò presso Piazza delle Erbe ed i facchini dovettero posarla a terra ed assistere, impotenti, al completamento del rogo. In seguito a questi sfortunati avvenimenti Papa Pio VII vietò il trasporto fino all’anno 1810 che vide il riprendere della manifestazione. Nel 1814 e nel 1820 la macchina si inclinò pericolosamente all’indietro, tanto che i facchini dovettero desistere dal trasporto. In epoche più recenti grazie a metodi di costruzione che ne allegeriscono il peso ed a sempre maggiori misure di sicurezza non si sono più avuti simili incidenti e questo ha permesso agli spettatori di godere della bellezza delle macchine che si sono susseguite negli anni.

Costruzione

La Macchina viene realizzata da un costruttore, scelto dalla Città di Viterbo con pubblico appalto ogni cinque anni. Il Capitolato prevede la costruzione di una macchina alta 28 metri sopra la spalla dei facchini che raggiunge quindi circa 29,50 metri da terra, e fissa alcune misure limite, anche in base alle vie del centro storico, che nei punti più stretti vedono la Macchina sfiorare grondaie e balconi. Nel passato, la macchina ebbe prevalentemente l’aspetto di un campanile gotico, illuminato con torce e candele, da cui la tradizionale definizione di “campanile che cammina”. Nella seconda metà del Novecento, a partire dallo straordinario “Volo D’Angeli” costruito da Giuseppe Zucchi, sono subentrate forme più moderne o avveniristiche, come per l’attuale “Ali di Luce”, realizzata per il quinquennio 2003-2007 dal progettista Raffaele Ascenzi e dal costruttore Contaldo Cesarini impiegando materiali altamente tecnologici, fibre, leghe leggere, e sorgenti luminose diverse, che valorizzano le forme artistiche dei rivestimenti in cartapesta.

I Facchini della Macchina di Santa Rosa

I Facchini di Santa Rosa sono il motore della Macchina. Il capofacchino è colui che dà gli ordini ai facchini divisi in base alla posizione che occupano sotto o a fianco alla Macchina: ciuffi, spallette, stanghette, leve, cavalletti, guide. Essi indossano la caratteristica divisa bianca con cintura rossa stretta in vita e uno speciale copricapo rivestito in cuoio. Prima del trasporto della macchina di S. Rosa, nella Chiesa di San Sisto, i Facchini ricevono una speciale benedizione, che i viterbesi chiamano ‘in articulo mortis’.

I facchini di Santa Rosa sono uniti in un sodalizio:’Lo scopo del Sodalizio è quello di mantenere uniti i Facchini di Santa Rosa in fraternità d’intenti per poter far si che il trasporto della Macchina di Santa Rosa avvenga in quello spirito di responsabilità, alla quale ognuno dei Facchini deve sentirsi sempre impegnato fisicamente e moralmente, per tenere sempre viva la tradizione ultra secolare che dà onore e vanto alla città di Viterbo. La selezione dei facchini avviene tramite un’impegnativa prova di portata ed è uno degli appuntamenti più coinvolgenti per l’intera città.

Un’apposita commissione, composta dal Presidente del Sodalizio, dal Capo Facchino e dal Consiglio Direttivo, si riunisce per valutare le prestazioni dei giovani aspiranti e dei veterani, per definire la formazione per il trasporto annuale.

Trasporto 

È l’avvenimento principale dell’anno cittadino, capace di catalizzare e monopolizzare l’attenzione dell’intera città. Fin dal pomeriggio le vie del centro storico vanno riempiendosi di cittadini e visitatori, in attesa di essere immersi nel buio della sera (tutte le luci pubbliche e private sono rigorosamente spente), con l’improvviso sfolgorare del gigantesco campanile che squarcia le tenebre. Il trasporto inizia nella piazza di San Sisto, a ridosso di Porta Romana, dove la Macchina è stata assemblata, celata fino all’ultimo momento da un’imponente impalcatura coperta con dei teli. Le ore che precedono il trasporto prevedono una serie di verifiche e infine l’accensione delle luci che fanno parte della costruzione, alcune elettriche, moltissime a fiamma viva.

Il percorso, lungo circa 1.200 m, si svolge nelle vie abbuiate e giunge fino al Santuario di Santa Rosa. Durante il trasporto in Via Garibaldi, Via Cavour, Via Roma, Corso Italia e la salita di Via di Santa Rosa si effettuano cinque fermate:

  Piazza Fontana Grande

  Piazza del Plebiscito (di fronte al Comune)

  Piazza delle Erbe

  Corso Italia (davanti alla Chiesa del Suffragio)

  Piazza Verdi o del Teatro.

 La “Macchina” viene fermata infine davanti al Santuario, dove rimane per alcuni giorni successivi al trasporto. Il trasporto viene trasmesso spesso in diretta da alcune emittenti televisive, dal 2005 è stata concordata la diretta televisiva su Super 3 (Canale 61/63) e su SKY (Canale 802 – Telepace), in precedenza era trasmessa dall’emittente Telelazio Reteblu.

Curiosità

Nell’ultima macchina, Alla base del monumento percorrente i quattro lati, vi è la scritta “NON METUENS VERBUM LEO SUM QUI SIGNO VITERBUM” che significa “non temo parola, sono il leone che simboleggia Viterbo” e il criptogramma FAVL.