Questione di Stile


STORIA ULTRAS
19 marzo 2010, 13:17
Filed under: Stile di Vita!

STORIA MOVIMENTO ULTRAS IN ITALIA E NEL RESTO DEL MONDO DALLA NASCITA AI GIORNI NOSTRI..

Con il termine ultras (o ultrà) (derivato dal francese ultra-royaliste, di origine latina,) , risale alla rivoluzione francese, quando identificava la frangia più estremista dei rivoluzionari, quella, tanto per intenderci, che non aveva nessun problema ad usare la forza, ghigliottina compresa. Può quindi non essere una semplice coincidenza il fatto che i moderni “ultrà” siano nati nel bel mezzo di una nuova rivoluzione, quella che semplicisticamente viene chiamata il “68.

Si definisce il tifoso organizzato di una determinata società sportiva, più frequentemente di tipo calcistico, ma spesso anche di pallacanestro, hockey, pallanuoto ed altri sport. L’ultras è caratterizzato da un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e dall’impegno quotidiano nel sostenere della propria squadra, che trova il suo culmine durante le competizioni sportive con altre squadre. Un ultrà è uno che va oltre.

 

STORIA DEL TIFO

NEL MONDO

Il fenomeno inglese

Il tifo emette i suoi primi vagiti con la nascita del calcio in Inghilterra nel XIX secolo ma raggiunge il suo apice con la comparsa degli hooligans. Il termine deriva dal nome di una famigerata banda giovanile, la Hooley’s Gang, la quale risiedeva nell’East Side londinese ed era formata da ragazzi di origine irlandese. Secondo i racconti dell’epoca, gli hooligans manifestano subito atteggiamenti teppistici connotati da un forte senso della supremazia territoriale, atti di vandalismo nei pubs inglesi e nei locali pubblici, rapine in stato di ebbrezza, violenza negli stadi, aggressioni ai danni degli stranieri e uno spiccato senso di opposizione alle forse dell’ordine. Il 16 Novembre del 1900, il Daily Graphic li presentò così: “Senza cappello, colletto e cravatta, portano una sciarpa attorcigliata al collo, un berretto poggiato scostumatamente in avanti, ben calcato sugli occhi, pantaloni molto aderenti al ginocchio e larghi alle caviglie. La parte più caratteristica dell’uniforme è la cintura dei pantaloni, che ha una pesante fibbia in ferro. Non è un ornamento, né è intesa come tale”. Con la creazione delle prime manifestazioni sportive cresce anche il numero di gruppi di tifosi al seguito della propria squadra. Il fenomeno hooligan si espande rapidamente dalla fine del secolo XIX fino alla prima guerra mondiale, poi subisce l’inevitabile arresto dovuto alle vicende belliche. I primi celebri drappelli sono i Victorian Boys, seguiti dai Forty Row, Bengal Tiger, Bulgall Boys, Alum Street e tantissimi altri al seguito di uno sport che lentamente stava per invadere il Mondo. Le imprese degli hooligans riprenderanno solamente dopo il secondo conflitto mondiale. Nel 1953 nascono i Teddy Boys, giovani ragazzi di periferia tendenti al modello americano (capelli lunghi e abiti vistosi) ma indicati dalla stampa e dall’opinione pubblica come simbolo della delinquenza giovanile. Gli anni Cinquanta e i numerosi atti vandalici portano la loro firma. Gli anni Sessanta vedono invece la nascita dei Mods (da modernist) che, a differenza dei Teddy Boys, assumono un atteggiamento decisamente più convenzionale (capelli corti) senza però tralasciare il fenomeno della violenza. I contorni sociali e l’onda del boom economico creano una divisione tra i Mods. Da una parte si schierano i soft Mods (che si identificano con la classe media) e dall’altra si presentano gli hard Mods (legati alla cultura operaia giovanile). Solo nel 1967 gli hard Mods prenderanno il nome di Skinheads (teste rasate) assumendo atteggiamenti estremi (esaltazione della forza fisica, sciovinismo, passione per il football e la birra, tendenze xenofobe) e un look ben delineato (capelli rasati, scarponi da lavoro e jeans con bretelle). L’aspetto che maggiormente distingue gli Skinheads è la loro xenofobia nei confronti delle diverse etnie che in quegli anni già popolavano i sobborghi londinesi. L’aggressione rituale del sabato sera contro gli immigrati di origine asiatica (detto paki-bashing da pakistani) è uno solo dei tanti segni di distinzione del gruppo perché gli Skinheads si schierano contro tutti coloro che hanno opinioni diverse dalle loro (hippies, studenti, immigrati e omosessuali). Da queste prime ed importanti aggregazioni nacquero i Boot Boys (letteralmente “ragazzo scarpone”, deriva dagli scarponi di combattimento adoperati dal gruppo), quelli che oggi sono considerati i precursori degli ultras moderni. Ma nel momento in cui la politica inizia a considerare il calcio e il suo seguito come un fenomeno di massa, e quindi di propaganda, all’interno di gruppi come gli Skinheads avviene una triplice frattura. Si creano tre filoni di pensiero: gli original (apolitici e apartitici, tendenzialmente antirazzisti), i red skins (legati all’estrema sinistra) e i bonehead (legati alla destra radicale). Soprattutto i bonehead, per le loro condizioni filonaziste e xenofobe, sono destinati a lasciare strascichi nel tempo. Tra di loro si distinguono gli Headunters (cacciatori di teste) dove la razza bianca rappresenta ancora oggi una condizione essenziale per far parte del gruppo. Le tre anime del tifo inglese e gli altri gruppi del tempo iniziarono il loro cammino di violenza incoronando Londra come regina del teppismo calcistico e non solo del punk. Queste tifoserie si radunano in un settore specifico dello stadio (detto genericamente curva/end), organizzano le prime invasioni con lo scopo di occupare la curva nemica (si diffonde l’espressioneto take an end, ovvero prendi la curva!) utilizzando oggetti contundenti, bottiglie, armi da taglio e, una volta giunti sul luogo lasciavano la calling card, una specie di biglietto da visita per testimoniare il loro passaggio. Le battaglie dentro e fuori lo stadio inducono il governo britannico ad alzare il livello di guardia. I gruppi rispondono con la rinuncia al lookappariscente e ad essere meno riconoscibili dando vita ad uno stile detto casual. Questo nuovo “vestito” permetterà agli holligans di depistare più volte la polizia esportando la loro violenza anche oltremanica soprattutto nel corso delle rassegne mondiali. Tuttavia questo modo di agire, e la conseguente riorganizzazione delle forze dell’ordine, ha avuto breve durata. Negli ultimi tempi il frazionamento delle frange più agguerrite di hooligans ha permesso a quest’ultimi di potersi riunire in ridotti drappelli, senza leadership, e con la libertà di raggiungere una meta anche singolarmente (per aggirare i controlli) prima di riaggregare il branco per sferrare l’attacco. La risposta dello Stato, in special modo dopo la strage dell’Heysel, dove perirono trentanove persone in seguito agli incidenti, si concretizzò nel 1986 con il “Public Order Act” e nel 1991 con il “Football Offences Act”. Questi due emendamenti permettono l’arresto in flagranza di coloro che si rendono autori di episodi di violenza all’interno degli stadi e garantiscono la presenza in ogni impianto sportivo di telecamere a circuito chiuso. Agli hooligans resta il merito di aver apportato dei cambiamenti di grande rilievo all’interno della curva. Furono i primi a non limitare l’apporto dei propri beniamini con semplici applausi. A quest’ultimi aggiunsero cori, l’uso di sciarpe e bandiere contribuendo a colorare gli stadi britannici.

Il resto del Mondo

Il Mondo si accorge delle prime schermaglie legate al tifo a partire dagli anni Sessanta. In precedenza solo qualche episodio sporadico aveva creato allarmismi. Il tifo e la passione, soprattutto verso il gioco del calcio, permettono a tantissime città di organizzare la loro “curva”, intesa nel senso folcloristico del termine. Tuttavia è ancora presto per parlare di organizzazione perché lo sport, e il calcio in particolare, sono oggetto della violenza esportata dagli hooligans con cambiamenti profondi che ancora oggi portano i segni di ciò che avvenne in Europa dagli anni Sessanta in poi. In Germania, i primi episodi di violenza si registrano negli anni Ottanta. I tifosi tedeschi in un primo momento imitano gli skineheads inglesi. Qualche anno dopo diventano autonomi creando un modello filonazista improntato non solo sulla xenofobia, ma anche sul militarismo e sul machismo. Negli stadi tedeschi si intravedono i primi gruppi di ragazzi con bomber, teste rasate e scarponi anfibi che mostrano senza pudore la croce uncinata, striscioni con tematiche antisemite e inneggiano al Fuhrer con saluti nazisti. Il nazionalismo tedesco produce un seguito notevole soprattutto nei riguardi della selezione nazionale al motto “Wir sind Deutsch” (Noi siamo tedeschi). Nel 1983, a Berlino, Germania e Turchia, gara di qualificazione agli Europei, è macchiata da frasi come “Kreutzberg muss brennen” (Kreutzberg, quartiere turco di Berlino, deve bruciare). Ed è proprio all’interno della Germania dell’Est (l’ex DDR) che, prima della caduta del Muro, si manifesta il fenomeno prettamente neonazista degli ultras della Dinamo Berlino. Fortunatamente l’ondata nazionalista di destra e il movimento skinhead perdono colpi con l’avvento degli anni Novanta fino a ridursi, ma non ad esaurirsi del tutto. Al confine meridionale con la Germania, l’Austria non ha mai avuto grandi problemi a controllare i gruppi ultras grazie alla grande tradizione delle discipline invernali. In Svizzera il fenomeno è ben delineato: la frammentazione dei Cantoni separa la tranquillità della zona meridionale (specialmente in Canton Ticino) dalla focosità di quella settentrionale dove i giovani sono divisi in supporters e hooligans. I primi, vestiti con i colori delle proprie squadre, restano ad un livello di partecipazione spontaneo mentre i secondi, organizzati in bande di casuals, ripudiano l’aspetto semplicemente folcloristico. Per quanto concerne i Paesi Bassi, la lezione inglese rappresenta un fenomeno da emulare. L’ondata di violenza investe l’Olanda verso la fine degli anni Ottanta, con particolari differenze rispetto ai cugini del Belgio. L’uso di ordigni e di stupefacenti permette agli ultras del paese dei tulipani di non essere perseguibili dalla legge con una conseguente diffusione del consumo di droghe leggere fuori e all’interno degli stadi. In Belgio i giovani tifosi violenti si organizzano nei cosiddetti “gruppi di contatto” (near groups), si definiscono “Sides” e fanno la loro comparsa a metà degli anni Settanta inglobando diversi membri legati agli skinheads. Nei Paesi Nordeuropei la tradizione calcistica vanta diversi adepti ma a prevalere sono sempre gli sport invernali. Tuttavia non mancano le eccezioni, talvolta completamente opposte tra di loro. In Svezia la nascita del Black Army di Stoccolma è datata 1977. Si tratta di un movimento che segue le orme inglesi diventando addirittura uno dei più violenti d’Europa. Dall’altra parte si contrappone la Danimarca, la quale diffonde un modello di tifo del tutto particolare e in contrapposizione con quanto esportato dalla Gran Bretagna. Il tifo danese è condizionato dal movimento roligan (da rolig che significa tranquillità) che sin dall’inizio ha sempre dichiarato le sue intenzioni pacifiste. In Norvegia e Finlandia non si sono quasi mai registrati fenomeni legati alla violenza sportiva. L’Europa composta dai Paesi Latini appare frammentata circa la disposizione e la formazione dei vari gruppi ultras. In Spagna si può iniziare a parlare di tifo organizzato solamente dopo i Mondiali di calcio del 1982 quando gli ultras italiani esportarono il loro modello con l’aggiunta dei candelotti colorati e dei razzi. Fino a quel momento il tifo spagnolo era scandito da battiti di tamburi e dall’apparizione delle bandiere e non era abituato alle “trasferte” data l’estensione del territorio. Prima di allora lo stile degli skinhead aveva raccolto consensi tra gli estremisti di destra legati alla tradizione franchista. A completare il quadro della penisola iberica ci pensa il Portogallo dove ogni manifestazione del tifo è saldamente legata, per un fenomeno storico-culturale, a quella brasiliana. L’influenza sudamericana porta alla nascita di alcuni gruppi che si organizzano dietro il nome di torcidas, ma anche qui l’influenza italiana sarà determinante. L’arrivo tardivo del modello bonehead inglese ha cambiato negli ultimi tempi il modo di presentarsi di alcune torcidas. Come in Spagna, anche in Francia il tifo affonda le radici negli anni Ottanta con l’avvento degli skinheads. Questi trovano terreno fertile nella curva del massimo club della capitale, il Paris Saint-Germain, facendo leva sui rancori dei parigini verso gli immigrati, prima di dilagare in tutto il territorio transalpino. Ma la repressione del governo francese incomincia presto e viene vietato l’ingresso allo stadio a numerosi tifosi con le teste rasate. Dando uno sguardo ad Est, il tifo organizzato tra i paesi balcanici compare solamente negli anni Ottanta. Motivi come l’appartenenza ad un’etnia diversa sono alla base degli scontri che vedono come protagonisti gli ultras della Stella Rossa di Belgrado con atteggiamenti di stampo antialbanese. Non mancano all’appello anche Ungheria e Polonia. Negli stadi magiari, dove si segue il modello inglese, si arriva alla proibizione negli stadi di aste di bandiera. In Polonia gli skinhead si annidano tra i tifosi della nota squadra nazionale del Legia Varsavia ma gli scontri sono acuiti anche dall’uso sconsiderato di alcool e stupefacenti. In tantissime curve polacche si notano stendardi rappresentanti Benito Mussolini e i simboli nazisti. Prima della scissione in Repubblica Ceca e Slovacchia, ogni partita, tra le squadre delle due regioni e nel derby di Praga tra Sparta e Slavia, era occasione per creare disordini e incidenti grazie soprattutto agli skinhead. In Romania il tifo organizzato è circoscritto alla città di Bucarest, dove sono nati sul finire del secolo alcuni gruppetti ultras a sostegno della Steaua Bucarest, ma lentamente è in via di espansione. Nell’ex Unione Sovietica sono attivi da alcuni anni movimenti ultras paragonabili a quelli occidentali. Comunque la tifoseria più numerosa è quella dello Spartak Mosca, nella quale ogni gruppo rappresenta un quartiere di Mosca. Questi gruppuscoli hanno sempre operato in semiclandestinità e in dipendenza dal regime politico al quale erano costretti a sottostare. Con l’indipendenza, il tifo è uscito dalla clandestinità del periodo precedente: sono nati in molte città club ufficiali a sostegno delle squadre locali. Gli atti di violenza e di teppismo sono abbastanza rari, dovuti quasi sempre all’abuso di vodka. Nonostante la vittoria nel campionato greco sia ristretta a Panathinaikos, Olympiakos, Aek Atene e Paok Salonicco, non c’è nessun paese in Europa in cui i tifosi abbiano causato tanti danni come in Grecia. Il movimento ultrà ellenico nasce negli anni Settanta, ma è negli anni Ottanta che questi gruppi s’ingrandiscono e gli scontri diventano frequentissimi. Dopo la grande tragedia del febbraio 1981, con la morte di ventuno persone dopo la gara Olympiakos-Aek Atene, il problema della violenza negli stadi si diffonde tra l’opinione pubblica. A differenza degli altri Stati, in Grecia lo stile casual non si è mai diffuso ed è rimasta la difesa dei valori legati al nazionalismo che si fondono con il codice del tifo ellenico. L’ultrà greco rivendica la propria aggressività facendo largo uso di droghe, come amfetamine o LSD, e alcolici e assiste sempre alla partita a torso nudo, soprattutto d’inverno. L’ampia panoramica europea è chiusa dalla Turchia, dove la temibile polizia turca ha sempre limitato gli scontri con una feroce repressione nei confronti di gruppi non ancora considerabili come ultras, ma in via di organizzazione.

IN ITALIA

Prima metà del XX secolo

Il calcio rimane lo sport più seguito e i gruppi di tifosi si aggregano presso impianti sportivi che, almeno fino agli anni Trenta, non presenteranno una capienza degna del fenomeno che ospitano. Tuttavia il calcio, a quei tempi, rimane un fenomeno d’élite che coinvolge soprattutto giocatori della stessa città dove essi risiedono. Non essendo possibile spostarsi con facilità, le grande masse di tifosi si ritrovano durante le esibizioni delle Nazionali (ai campionati del Mondo e d’Europa di calcio) o alle Olimpiadi dove il colpo d’occhio inizia a garantire al calcio una spiccata popolarità. La stessa che già in Inghilterra si era manifestata colmando gli storici stadi inglesi, mentre in Brasile gli stadi mastodontici ospitavano folle oceaniche incantate dalla classe dei talenti carioca. Anche il ciclismo gode di un buon seguito, ma la relegazione dello sport tra le ultime pagine dei giornali pone tutte le discipline all’ombra dei grandi problemi politici che interessavano il Mondo.

Anni Cinquanta

Con la cessione delle ostilità belliche, la gente ritorna a vivere. La guerra non aveva mutato i colori. Le maglie e le casacche dei giocatori conservavano intatte le loro tradizioni cromatiche; le squadre di nuova formazione, o risorte dopo più o meno lunghi periodi di inattività, recuperavano i vecchi simboli della memoria locale. Il cinema rimaneva il padrone dei divertimenti degli italiani, ma più degli altri è il ciclismo lo sport che riesce a coinvolgere gli sportivi nell’età postbellica. Ancora oggi nuclei di appassionati seguono la carovana di ciclisti dei vari Tour, Giro d’Italia, Vuelta inseguendoli a piedi e incoraggiandoli lungo il loro cammino. Lentamente si ripopolano anche gli stadi con il calcio che ritorna a far sognare un popolo ancora stordito dai bombardamenti e dalle conseguenze del secondo conflitto. La nascita della televisione di Stato in molti paesi permette alle manifestazioni sportive di ottenere maggiore risalto, anche se i primi risultati relativi all’audience non sono confortanti.

LA NASCITA DEL MOVIMENTO

Mentre in Inghilterra gli hooligans hanno già lasciato le prime impronte, nel Mondo, soprattutto in Italia, si organizzano i primi gruppi di sostenitori, quelli come noi, quelli che sanno che la sua fede non gli darà molte soddisfazioni sportive ma, d’altro canto, il suo attaccamento ai colori è qualcosa di viscerale, una sorta di vocazione, di “chiamata”, alla quale è impossibile resistere.
I gruppi ultrà, la trasformazione delle curve da anonimo settore di uno stadio a covo dei tifosi più viscerali, il coinvolgimento di migliaia di giovani e tutto ciò che fa del tifo da stadio un fenomeno sociale di primaria importanza, nasce a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Ma prima cosa c’era? La tradizione vuole che il primo gruppo di tifosi organizzati, in Italia, nasca nel lontano 1951 al seguito del Torino con il nome “fedelissimi Torino”. Niente a che vedere con i moderni gruppi ultrà naturalmente. Sempre la tradizione (con una buona parte di leggenda) dice anche che il primo centro di coordinamento per i gruppi di tifosi, risalente ai primi anni ’60, nasca in seno all’Inter in seguito ad una lamentela del mago Herrera nei confronti di Moratti: “Ma perché in trasferta non abbiamo mai tifosi?Eppure l’Inter è famosa in tutto il mondo.” Così viene creato un organismo atto ad incentivare la crescita di club locali con lo scopo di portare alla squadra nerazzurra, in ogni stadio d’Italia, il calore del proprio tifo. Siamo ancora lontani dal prototipo del tifoso da curva ma “l’ humus sociale” è ormai maturo: sul finire degli anni ’60, in piena rivoluzione culturale, con folle oceaniche di giovani che invadono le piazze, spinti dal bisogno di aggregazione e accomunati dalla critica alla società borghese, lo stadio inizia a diventare una “zona franca” un luogo dove è possibile trasgredire alle regole più elementari della vita comune.

Notiamo come la parola “giovane”, proprio in questo periodo assuma nel discorso comune valore di sostantivo oltre che quello tradizionale di aggettivo: il “giovane” diventa una categoria sociale. Di giovani l’Italia è piena, sono i figli del dopoguerra, del boom economico; il benessere permette a un numero sempre maggiore di questi giovani di allungare il tempo tra l’adolescenza e la maturità, permette di studiare e di crearsi alternative di vita sempre più varie: possibilità che le generazioni precedenti non avevano. Senza dilungarci sui motivi sociologici che hanno portato alla rivoluzione culturale degli anni ’60, è funzionale al nostro discorso ricordare come la mentalità borghese fosse di fatto un ostacolo al desiderio di rinnovamento delle masse giovanili. Lo stadio diventa quindi una delle zone franche dove il “protocollo” può essere eluso, aggirato o, addirittura, del tutto calpestato.

Se alla base del tifo, fino a quel momento, c’erano stati soprattutto motivi campanilistici o puramente sportivi, in grembo alla nascita del movimento ultrà c’è soprattutto l’esigenza di stare uniti in gruppo, la necessità di riconoscersi in regole e valori comuni, il bisogno di costruirsi una “piccola patria” in cui riversare ideali che il formalismo strutturale della società dei consumi ha diluito, massificato, amoralizzato, strumentalizzato e, forse, cancellato.

I gradini che portano alla curva diventano una sorta di spogliatoio di abiti sociali: urlare, insultare e assumere atteggiamenti “poco diplomatici” non è eticamente sanzionabile. Il quotidiano rimane fuori dagli spalti come la cravatta e la tuta da lavoro. Allo stadio si può gettare la maschera, tirare fuori atteggiamenti e istinti che normalmente vanno controllati, misurati. Così gli stadi diventano il teatro di un mondo parallelo, dove si scrivono regole di convivenza particolare, dove lo spirito di gruppo e l’ identificazione con la propria squadra prevalgono su tutto il resto. I colori della squadra di calcio diventano i colori distintivi del gruppo e il fatto sportivo, da oggetto primario di interesse (lo spettacolo per il quale si paga il biglietto e che giustifica la presenza in uno stadio) viene ridimensionato fino a diventare quasi un pretesto. È chiaro che la maggioranza degli individui che frequenta lo stadio, pur lasciandosi andare ad imprecazioni o a manifestazioni di gioia non proprio “da tutti i giorni” è comunque distante anni luce dalla mentalità del tifoso da curva, quello che viene identificato come “ultrà”.

La parola ULTRÀ, entrata ormai nel linguaggio comune, STA A SIGNIFICARE QUEL TIFOSO CHE PER LA PROPRIA SQUADRA DECIDE DI COMPIERE SACRIFICI, DI ANDARE CONTRO TUTTO E TUTTI,,SEMPRE PORTANDO AVANTI QUESTO IDEALE CHE NE FA’ IL PROPRIO STILE DI VITA.Le curve, con il loro isolamento e nello stesso tempo la loro centralità, sono pertanto i settori dello stadio più consoni ad ospitare gli ultrà che vi si insedieranno trasformandole in uno spazio autogestito che in poco tempo diventerà ad uso esclusivo del gruppo ultrà. La scelta della curva non dipende solo dal fatto che si tratta di un settore a buon mercato: anche se la visuale è parziale, si trovano infatti in una zona nevralgica della partita: dietro le porte. Se pensiamo che il fenomeno ultrà nasce in Inghilterra, con qualche anno di anticipo rispetto all’Italia, e consideriamo che negli stadi inglesi le porte distano pochi metri dalle curve, è anche facile capire cosa vuol dire “giocare in casa” per le squadre d’oltremanica: il tifo delle curve diventa il cosiddetto “12° giocatore”.
La palma, universalmente riconosciuta, di primo gruppo ultrà d’Italia va alla “Fossa dei Leoni” del Milan, nata proprio nel 1968, anche se i primi tifosi a fregiarsi del titolo di ultrà, sono i sampdoriani del gruppo “Tito Cucchiaroni”, formatosi nel 1969. Seguono a distanza di pochi mesi i “Boys” dell’Inter e poi, nel giro di pochi anni, tutti gli altri gruppi al seguito delle maggiori squadre italiane (Bologna, Fiorentina, Genoa, Juventus, Napoli e Verona). Negli anni ’70 il fenomeno ultrà riguarda soprattutto il centro-nord, al sud solo piazze di rilievo come Napoli e Bari contano gruppi organizzati.

I primi ultrà italiani hanno caratteristiche piuttosto varie, ma in poco tempo le varie curve tenderanno ad omologarsi in un costante processo di imitazione ed emulazione che parte dai modelli inglesi. Anche se dagli inglesi vengono copiati e adattati i cori e viene introdotto l’uso della sciarpa, e dal Brasile arriva l’uso di tamburi e trombe, le curve italiane assumeranno i loro tratti originali mescolando a dovere i costumi “d’importazione” e l’italica fantasia in sfavillanti coreografie, addobbate con bandiere di ogni misura che si muovono nel fumo colorato, con corollario di fuochi artificiali, coriandoli etc.

Se la creazione di una valida alternativa per l’aggregazione giovanile e la possibilità di sviluppare una sorta di “forma artistica” (come di fatto sono le coreografie da stadio), sono lati decisamente positivi del fenomeno, gli scontri tra le tifoserie e con le forze dell’ordine costituiscono il rovescio della medaglia. I gruppi ultrà adottano nomi bellicosi: “fighters”, “brigate”, “commandos” e via dicendo che non lasciano molto spazio all’immaginazione. Nel mondo parallelo degli ultrà, amicizie e rivalità tra le tifoserie diventano un fattore essenziale e attorno alla sfida calcistica se ne gioca un’altra che, sempre più spesso, a partire dai primi anni ’70, sfocia in vere e proprie risse. Regole non scritte dettano il vademecum per i rapporti tra le curve, sia che si tratti di amicizie (sancite sottoforma di gemellaggi) sia che si tratti di rivalità. Nell’Italia delle cento città e dei cento dialetti, risorge il campanilismo e le prime inimicizie tra le curve nascono proprio tra “vicini” di casa,come ai tempi dei comuni medievali, sono avversari naturali. Accanto alle rivalità territoriali, ci sono quelle politiche, soprattutto nel caso in cui il gruppo ultrà sia nato in seno ad organizzazioni estremiste. Il fatto saliente è che nei rapporti tra tifoserie l’andamento delle squadre assume una posizione assolutamente secondaria e il “rispetto” acquisito da un gruppo ultrà si misura in termini di adepti, di seguito in trasferta, di tratti distintivi nelle coreografie e nel “colore” del tifo e, anche in termini di vittorie ottenute nello scontro fisico con i tifosi avversari.

Problemi di ordine pubblico negli stadi ci sono sempre stati, ma con la nascita delle curve ultrà cambiano in “qualità” ed anche in “quantità”: diminuiscono, fino quasi a scomparire dai campi di calcio professionistici, le invasioni di campo e la “caccia” ai giocatori e agli arbitri, ma aumentano gli scontri tra ultrà, coinvolgendo anche i dintorni dello stadio, le stazioni e, talvolta, interi quartieri. Del resto, tra i tratti caratteristici degli ultrà italiani, fin dai primordi, si riconoscono atteggiamenti e stilemi tipici dei “colleghi” inglesi (che in fatto di disordini e atti di vandalismo sono inarrivabili), ma anche delle bande giovanili americane: abbigliamento anticonvenzionale con tratti militareschi (anfibi, mimetiche, basco etc.) e segni distintivi della propria squadra (cappelli, sciarpe, distintivi), forte senso del gruppo con conseguente mentalità cameratesca, il tutto all’interno di un’ organizzazione gerarchica che non sempre ma comprende anche capi e soldati semplici.

Dire che la curva è costituita esclusivamente da potenziali teppisti è comunque errato. Se mettiamo ad un estremo l’ultrà duro e puro (all’ inizio poche decine) e all’altro il tifoso che la frequenta per sentirsi in gruppo e al massimo segue i cori e sventola la bandiera (la maggioranza), in mezzo possiamo riconoscere una percentuale di individui che all’occasione non disdegnano di muovere le mani (soprattutto in trasferta) ma che non fanno parte della “cupola” organizzativa. Lo stadio diventa il luogo dove l’aggressività, tenuta a bada dalle regole sociali, trova un nuovo spazio di coagulazione.

Eppure, attorno alle curve degli anni ’70, l’aria che si respira e che coglie lo spettatore degli altri settori, è quella della festa, del colore, di quel 12° giocatore che cerca (e spesso riesce) a dare un contributo determinante alla propria squadra del cuore. Trasferte che sembrano esodi, fatte con treni e autobus che, alla domenica, fanno gli straordinari per i “pendolari del gol”, cambiano la vita di un numero sempre maggiore di giovani italiani. Cambiano la società dal suo interno. E come tutti i cambiamenti, portano aspetti contradditori, difficili da decifrare anche a distanza di anni. Il dato comunque è certo: le curve degli stadi italiani si riempiono di ultrà nella prima metà degli anni ’70, in un periodo in cui l’attacco allo stato da parte di gruppi estremisti (rossi e neri) è una realtà, in cui si contano i morti di una vera e propria guerra civile, vittime di stragi e attentati che scuotono costantemente l’opinione pubblica. In questo scenario gli scontri tra tifosi hanno un’eco limitata, a meno che l’entità dei danni (anche in termini di feriti o addirittura di vittime) non sia ingente o non vengano associati a motivi di matrice politica. In questo senso i giovani ultrà, in più di qualche caso, sono gli stessi protagonisti della guerra di piazza didella stampa  matrice politica e non sportiva. Per la prima volta anche in italia il fenomeno della violenza calcistica diviene al centro dell’ attenzione della stampa e delle istituzioni. Vengono prese drastiche misure repressive:per alcuni mesi viene proibito l’ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino striscioni dai nomi bellicosi.
Ogni curva ha una genesi propria e, spesso, i primi gruppi ultrà si proclamano infatti apolitici (come il nostro), tuttavia la presenza (e l’influenza) di questi elementi esterni al tifo come espressione naturale, porteranno la maggioranza delle curve italiane ad avere nel tempo una connotazione ben precisa. Questo non significa che le curve diventino un crogiuolo di terroristi, ma la posizione politica dei diversi gruppi è, assieme alle rivalità campaniliste, uno dei motivi principali nella determinazione di amicizie, alleanze e rivalità tra tifoserie.

Anni ottanta

IN QUESTO DECENNIO ASSISTIAMO A UN PROGRESSIVO E COSTANTE INGRANDIMENTO DEI GRUPPI ULTRA’, LE CUI FILA SONO ORMAI COMPOSTE NON PIU’ DA DECINE, MA DA CENTINAIA-E IN ALCUNI CASI ANCHE MIGLIAIA-DI ADERENTI. DAL NORD E DAL CENTRO ITALIA IL FENOMENO SI SPOSTA ANCHE NEL MERIDIONE, MENTRE IN ALTRE CITTA’, GRUPPI GIA’ ESISTENTI, SI RAFFORZANO ULTERIORMENTE.

IL TIFO ULTRA’ ARRIVA ANCHE NELLE CATEGORIE MINORI, ED ENTRO LA FINE DEL DECENNIO NON C’E’ PIU’ SQUADRA, DALLA SERIA A ALLA C-2, CHE NON VENGA SEGUITA DA PIU’ O MENO NUMEROSE FRANGE GIOVANILI ORGANIZZATE. QUESTO MOLTIPLICARSI DEI GRUPPI PORTA, QUASI NECESSARIAMENTE, ALLA NASCITA DI UNA COMPLESSA RETE DI AMICIZIE E RIVALITA’.

FRA LE COALIZIONI PIU’ SOLIDE DI QUESTO PERIODO, RICORDIAMO ROMA-ATALANTA-JUVENTUS, SAMPDORIA- FIORENTINA-INTER, LAZIO-BARI-TORINO, MILAN-GENOA-BOLOGNA, ED è CURIOSO NOTARE COME OGGI QUESTI RAPPORTI, UN TEMPO CORDIALI, SI SIANO IN GRAN PARTE DETERIORATI E SIANO STATI SOSTITUITI DA ALTRE ALLEANZE, TRASFORMANDOSI IN TALORA AD ACCESE RIVALITA’. IN ALCUNI CASI ANCHE IL CONTRARIO. IN OGNI CASO ALLA FINE DEGLI ANNA SETTANTA E I PRIMI ANNO OTTANTA SI REGISTRANO NUMEROSI INCIDENTI LONTANO DAGLI STADI ,COME NEL MODELLO INGLESE, NEI CENTRI DELLE CITTA’, NELLE STAZIONI FERROVIARIE, I PERCORSI DELLA METROPOLITANA.

IL 1982 PASSA ALLA STORIA  PER IL TRIONFO ITALIANO IN SPAGNA, NEI MONDIALI DI CALCIO. LA FINALE SI GIOCA A MADRID CONTRO LA GERMANIA OVEST, DI FRONTE A 100.000 SPETTATORI, LA MAGGIORANZA ITALIANI. NUMEROSI SONO GLI STRISCIONI DEI GRUPPI ULTRA’, MA QUESTO RIMANE L’UNICO MOMENTO AGGREGATIVO A LIVELLO NAZIONALE, UN CASO PRESSOCHE’ UNICO VISTO LE TIFOSERIE EUROPEE COME OLANDA, SCOZIA ,INGHILTERRA E GERMANIA. LE RAGIONI DI QUESTA DIVISIONE, PRESSOCHE’ INSANABILE TRA GLI ULTRA’ ITALIANI, CHE NON RIESCE A RICOMPORSI IN TIFO PER LA NAZIONALE, SONO PROBABILMENTE DA RICERCARSI NELLE RIVALITA’ CAMPANILISTICHE E POLITICHE RADICATE FRA ALCUNE DELLE NOSTRE CITTA’. L’IMMAGINE DEGLI ULTRA’ ITALIANI SI PROPONE COME MODELLO CONTINENTALE, DANDO IL VIA A UN MOVIMENTO CHE TOCCHERA’ L’EUROPA INTERA. GLI ULTRA’ ITALIANI, PUR AMMETTENDO LE INFLUENZE INGLESI, SI CONSIDERANO SUPERIORI AGLI ULTRAS NORDICI SIA NEL TIFO CHE NELLA “FORZA  D’URTO”. NEGLI ANNI OTTANTA POI LE SQUADRE GODONO DI UN SEGUITO PIU’ AMPIO E PIU COSTANTE RISPETTO AL PASSATO.

LA TRASFERTA DIVIENE UN MOMENTO FONDAMENTALE NELLA VITA DI UN ULTRA’, A CUI PARTECIPANO SOLO I TIFOSI PIU’ FEDELI E INCURANTI DEL PERICOLO CHE ESSA PUO’ COMPORTARE. ANDARE IN TRASFERTA DIVIENE UN MODO PER SELEZIONARE IL GRUPPO E SCOPRIRE QUANTO UNO SI SENTA ATTACCATO AL RESTO DEL GRUPPO. PRESENTARSI IN ALCUNI STADI CALDI E’ UN ESCLUSIVA DI POCHI; FARLO SENZA PORTARE IL PROPRIO STRISCIONE E’ CONSIDERATO UN DISONORE, UN SINTOMO DI TIMORE, COSI’ COME RUBARE IL MATERIALE DEI TIFOSI OSPITI RAPPRESENTA LA VITTORIA SUPREMA PER IL GRUPPO CHE DIFENDE IL PROPRIO TERRITORIO. L’AUMENTO DEL PUBBLICO IN TRASFERTA CORRISPONDE A UN NOTEVOLE SFORZO ORGANIZZATIVO PER LE FERROVIE DELLO STATO, CHE DESTINANO CONVOGLI STRAORDINARI AGLI SPORTIVI PER NON INTASARE OGNI DOMENICA I GIA’ AFFOLLATI TRENI DI LINEA. SONO I COSIDETTI “TRENI SPECIALI”. GLI SPETTACOLI ORGANIZZATI DAGLI ULTRA’ COINVOLGONO INTERE GRADINATE, MIGLIAIA DI PERSONE. SI SPENDONO MIGLIAIA DI EURO, MA LA GARA è ACCESISSIMA. MENTRE GLI ULTRA’ DELLA SAMPDORIA ALLESTISCONO UNA BANDIERA DI 90 METRI PER 32, QUELLI DELLA ROMA DISTRIBUISCONO AL PUBBLICO 10.000 CARTONCINI GIALLO-ROSSI; I TIFOSI DELLA CURVA MARATONA DEL TORINO COPRONO LA CURVA CON STRISCE BIANCHE E GRANATA, E QUELLI DEL NAPOLI LANCIANO IN CAMPO MIGLIAIA DI ROTOLI DI CARTA IGIENICA.

GLI INTROITI PROVENTI DALLA VENDITA DI ADESIVI E MAGLIETTE NON BASTANO PIU’, ED E’ PER QUESTO CHE ALCUNI GRUPPI CHIEDONO AIUTO ALLE LORO SOCIETA’ CALCISTICHE, SEBBENE NESSUNO LO AMMETTA APERTAMENTE. ALTRI RICORRONO A DEGLI SPONSOR ESTERNI. DI PARI PASSO CON LE NOTE DI COLORE, ANCHE LA CRONACA NERA DEVE OCCUPARSI DI QUANTO ACCADE NEGLI STADI.

SI DIFFONDE L’USO DELLE ARMI DA TAGLIO, SOPRATTUTTO A MILANO, ROMA E NAPOLI, MENTRE GLI ULTRAS BERGAMASCHI PER ESSERE MOLTO TURBOLENTI, MA PRONTI A USARE SOLO CALCI E PUGNI. I DISORDINI SI MOLTIPLICANO ANCHE NEI PICCOLI CENTRI. NEL FEBBRAIO DEL 84 LA PARTITA DI COPPA ITALIA TRA TRIESTINA E UDINESE, SI CONCLUDE CON GRAVI SCONTRI; UN GIOVANE TRIESTINO, STEFANO FURLAN, VIENE RIPETUTAMENTE COLPITO AL CAPO DALLE MANGANELLATE DEGLI AGENTI, ENTRANDO IN COMA E MORENDO IL GIORNO SUCCESSIVO. OTTO MESI PIU’ TARDI AL TERMINE DI MILAN-CREMONESE, VIENE ACCOLTELLATO A MORTE MARCO FONGHESSI, POCO PIU’ CHE MAGGIORENNE

 

 

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